In Italia siamo abituati a parlare di crescita: crescita del PIL, crescita degli investimenti, crescita delle esportazioni. Ma c’è un aspetto che troppo spesso rimane sullo sfondo, pur essendo decisivo quanto – se non di più – dei numeri economici.

Non basta crescere. Serve formare.

Oggi le imprese italiane si trovano di fronte a una doppia sfida che rischia di diventare un vero collo di bottiglia per lo sviluppo del Paese:

  • La mancanza di manodopera qualificata, dagli operai specializzati ai tecnici, fino a molte figure professionali essenziali.
  • La carenza di nuove competenze, soprattutto quelle digitali, green, manageriali e internazionali, ormai indispensabili per competere sui mercati globali.

È una situazione che vedo ogni giorno nelle aziende con cui lavoro e che conosco ancora più da vicino nel mio ruolo di Vicepresidente Confimi con delega alle Pari Opportunità.
E da questa prospettiva è evidente una verità semplice ma spesso ignorata: senza formazione, l’inclusione resta una parola vuota.

Competenze: la vera infrastruttura del Paese

Se vogliamo davvero parlare di futuro, non possiamo limitarci agli slogan.
Servono azioni concrete, investimenti seri e un cambio di mentalità che porti finalmente a vedere la formazione come una leva strategica, non come un costo da contenere.

Senza un piano strutturato di sviluppo delle competenze:

  • le imprese non trovano le persone di cui hanno bisogno,
  • i giovani restano intrappolati tra precarietà e scoraggiamento,
  • e l’Italia rischia di perdere competitività proprio nel momento in cui il mondo corre più veloce.

Il patto scuola–impresa che serve all’Italia

Per affrontare questa sfida serve qualcosa che, in realtà, non è nuovo ma non è mai stato realizzato davvero:
un vero patto tra scuola e impresa.

Un incontro stabile e continuo, non spot, capace di:

  • creare percorsi che rispecchino le esigenze produttive reali,
  • rendere la formazione tecnica e professionale più attrattiva,
  • aggiornare costantemente le competenze di chi già lavora,
  • e costruire una cultura in cui apprendere sia un processo continuo.

Al centro devono esserci loro: le persone, con la loro crescita, il loro valore e la loro possibilità di costruire un futuro solido.

Lo dico spesso e lo ribadisco:
Senza formazione non c’è futuro.
E senza futuro, l’Italia perde la sua competitività.

Non è una frase ad effetto. È un dato di realtà.

Se vogliamo un Paese più forte, più inclusivo e più capace di innovare, dobbiamo ripartire dalle competenze. È lì che si costruisce la crescita di domani.